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Una protesta "sincera"



Quando si assiste ad una manifestazione studentesca viene quasi sempre spontaneo chiedersi se quei ragazzi stiano manifestando per l’esistenza di un reale disagio rispetto ciò che gli succede attorno o se stiano solo cercando di evitare la noia di qualche ora di lezione (ricordo ai tempi del liceo i famosi scioperi contro il malfunzionamento dei termosifoni che ogni ottobre-novembre diventavano la cosa più importante per noi studenti).

Scherzi a parte c’è da dire che è vero, spesso molti studenti vanno in piazza solo per saltare la scuola ma bisogna rendersi conto che questa volta, in occasione della protesta contro i decreti Gelmini-Tremonti, le cose non stanno esattamente così… A parte il fatto che le manifestazioni studentesche degli ultimi anni non hanno mai avuto dimensioni come quella di questi giorni, che ha visto oltre alla partecipazione straordinaria di istituti marchiati da sempre come politically correct (vedi la Normale di Pisa) anche la partecipazione di insegnanti, professori e ricercatori e genitori, il motivo della protesta non è più quello dei termosifoni ma appare ben più importante: quei due decreti denominati impropriamente Gelmini-Tremonti (sono stati scritti entrambi da Tremonti, la Gelmini si è limitata a firmare le disposizioni per la scuola elementare in continuità con le sue abitudini nel comune di Desenzano) che vorrebbero smantellare la scuola pubblica a favore di quella privata e, al contrario di quanto si vada dichiarando, eliminare quel poco di meritocrazia che ancora c’è a favore di un’istruzione classista.

Sorvolando sui provvedimenti “minori”, o meglio dire “di facciata”, come l’introduzione del voto in condotta, del voto in decimali, del grembiule, dell’educazione civica e stradale e del maestro unico che possono essere più o meno condivisi ma che non alterano la struttura di un sistema da riformare ma non da smantellare, passiamo subito a parlare del cuore del problema.

Con l’art. 16 si concede alle università la possibilità di diventare fondazioni private ma se si considera che con il taglio previsto agli atenei di 1.441 milioni di euro in quattro anni ( art. 66 comma 13) e con l’impossibilità di aumentare le tasse oltre un certo limite imposto, giustamente, per legge poche università riuscirebbero a sopravvivere si capisce facilmente come questa “possibilità” sia più simile ad una costrizione.

I privati diventerebbero quindi proprietari e amministratori di tutti i beni materiali e immobili delle università e sarebbero liberi di stabilirne le tasse, che a questo punto non sarebbero più soggette ad alcuna limitazione. Inoltre verrebbero privilegiati determinati corsi di laurea che portino benefici ai nuovi proprietari. Corsi di laurea considerati inutili per gli interessi delle aziende e delle società che avranno acquistato l'università verranno chiusi per dirottare personale e fondi a corsi considerati più produttivi.

Le conseguenze sarebbero un pesante danneggiamento della ricerca, che non sarebbe più spinta dal puro interesse culturale e sociale, ma dai fondi messi a disposizione e dalle commissioni dirette dei vari enti e gli studenti che si ritroverebbero a scegliere l’università in base alla propria disponibilità economica e a ritrovarsi con titoli di studio dal differente peso.

Oltre a tuttio ciò a dar fastidio c’è il fatto che ancora una volta il governo abbia fatto ricorso ad un decreto legge per far fronte ad una situazione che non è di emergenza, sottraendo al Parlamento l’esercizio della funzione legislativa.

La protesta in atto è sicuramente una positiva presa di coscienza da parte dei giovani e dei meno giovani nei confronti della situazione nazionale; hanno oltrepassato le frontiere di una scadente informazione televisiva e si sono sostituiti a quell’opposizione che sta permettendo all’attuale governo i più grandi scempi. Non regge il paragone col ’68 ma di certo quella di questi giorni è una protesta “sincera”.


Manthix


OGGI CONSIGLIAMO: Piero Ostellino

Pubblicato il 25/10/2008 alle 17.36 nella rubrica Diario.

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